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Non siamo di plastica; basta con il tabù delle mestruazioni

“Le mestruazioni sono strettamente legate alla sessualità e in particolare ai suoi aspetti estetici e meno gradevoli. Non siamo bambole di plastica, ma corpi fatti di carne e ossa, corpi che hanno odori e secrezioni, corpi che svolgono le loro attività fisiologiche come natura e biologia intendono.” (Federica Pari – Blog Soft Revolution)

Parlare di mestruazioni è molto più necessario di quanto si pensi: innanzitutto per allontanarci da quell’immagine fasulla di femminilità assoluta e perfezione estetica.
Ma anche perché, nonostante ogni donna sana sul pianeta abbia il ciclo ogni mese, per tutto l’arco della sua vita fertile, le mestruazioni rimangono un tabù anche nelle culture occidentali più avanzate.

Ancora nel 2020, gli assorbenti costano come un bene di lusso, costringendo noi donne a pagare il prezzo di una politica fatta di uomini, poco consapevoli della quotidianità femminile. A tale costo, andiamo ad aggiungere quello eventuale degli antidolorifici e degli anticoncezionali… Per darvi un’idea pratica, una donna media italiana che fa uso di tutti e tre gli elementi, può arrivare ad una spesa mensile di 150 euro e più (senza nemmeno contare le visite mediche connesse). Come può un aspetto naturale, comune a tre quarti degli esseri umani, rivelarsi un peso economico non indifferente e non accessibile a chiunque?
Ma il problema non è solo monetario, bensì pratico e quotidiano. Colpa degli stereotipi e di un’immagine sfigurata del ciclo, ma anche frutto dell’ignoranza sul tema, noi donne ci ritroviamo spesso in situazioni scomode e insostenibili.
La maggior parte dei luoghi non è attrezzata ancora igienicamente per accogliere le donne quando hanno le mestruazioni. Assenza di pratici distributori, bagni pubblici privi di cestini e appositi sacchetti, o igienizzanti che facilitino la fruizione; addirittura luoghi dove i servizi igienici sono totalmente impraticabili (località marittime e di montagna solitamente), come se le donne non li frequentassero proprio. Tante lettrici si ritroveranno in questo discorso, ricordando situazioni di disagio, eventi mancati e occasioni sfuggite perché il ciclo non lo permetteva.

Ignoranza e totale silenzio: delineato un simile contesto, risulta difficile a chiunque non ammettere la ragionevolezza del concetto “riappropriarsi delle mestruazioni, per riappropriarsi dei propri diritti” promulgato da alcuni movimenti femministi.

A patire di più il poco dialogo sul tema, sono spesso e soprattutto le giovani, ancora non consapevoli al 100% del loro corpo e delle sue funzioni. Ad esempio, ancora oggi molte ragazze nascondono gli assorbenti dentro le maniche o in tasca, quando vanno in bagno per cambiarsi e si vergognano ad acquistare prodotti per l’igiene femminile; evitano alcune attività quotidiane quando hanno le mestruazioni e limitano il più possibile le conversazioni che riguardano l’argomento.
Non sono da meno però le adulte: nessuna potrà negare di aver nascosto di avere il ciclo almeno una volta, come fosse qualcosa di cui vergognarsi (di “impuro” e “sporco”) ad amici, parenti, partner o colleghi; o abbia preferito “imbottirsi” di medicinali per evitare possibili ripercussioni esterne e interne alla presenza del ciclo.
E se da un lato, girano ancora attorno alla mestruazioni credenze, mistificazioni e stereotipi – come il nervosismo, per nulla comune a tutte e spesso usato come insulto sessista o le difficoltà legate alla sfera sessuale, ancora sussistenti per molti/e -; dall’altro, nulla viene fatto per aumentare la serenità attorno a questo evento naturale: dolori e disagi devono essere vissuti nell’intimo e nel silenzio, fingendo una purezza ed una perfezione costante, non concependo l’idea di avere permessi lavorativi (ad es.) o deroghe di nessun tipo.

Secondo la sociologa inglese Sophie Laws, nelle nostre società il tabù delle mestruazioni si è semplicemente trasformato in un bon ton, coerente alla nostra attenzione al pulito e a un corpo idealizzato: non è così difficile darle ragione.
Ci comportiamo, nei confronti del ciclo, come se fosse una bruttura e ne volessimo quasi negare l’esistenza ad ogni costo, o comunque relegarlo a qualcosa di marginale e poco importante, anziché lavorare per un’educazione – sia femminile, che maschile – a tal riguardo.

Il dialogo sulle mestruazioni diventa quindi un concetto chiave nella parità di genere, perché altrimenti è inevitabile che la donna si ritroverà sempre in una situazione di partenza di svantaggio, avendo (oltre a mille altri) un ostacolo notevole nella gestione quotidiana. L’accettazione e l’attuazione di comportamenti e strategie per permettere alle donne di viverlo con serenità, devono rappresentare un passo imprescindibile nelle lotte di genere.
Ironico come i tentativi in tal senso siano molteplici eppure sempre parziali: lotte per abituare le persone alla vista del sangue nelle pubblicità, ma sempre con molta cautela; stereotipi esagerati dall’altro lato, raffiguranti donne sempre ed esclusivamente performanti; e, allo stesso tempo, rappresentazioni di donne che vivono ancora nel terrore di sporcarsi in pubblico.
Decisamente più ironico è forse il fatto stesso di per sé, ossia che ci sia ancora il bisogno di “normalizzare il normale”, la base stessa della creazione della vita, un aspetto condizionato alla stessa funzionalità del corpo umano di sesso femminile.

Élise Thiébaut, giornalista e saggista francese ha affermato: “perché ci troviamo in questo sistema di dominazione e non abbiamo fatto i progressi che ci saremmo aspettate? Ha sicuramente a che fare con la nostra autostima. Le donne sono convinte della loro inferiorità. Perché succede? La mia ipotesi è che, dato che sanguiniamo ogni mese per oltre 40 anni della nostra vita, siamo convinte di essere ripugnanti, che dobbiamo vergognarci di ciò che accade al nostro corpo”.

Viene da chiedersi se possa avere o meno ragione.
In ogni caso, però, ci fa comprendere quanto la normalizzazione del ciclo mestruale femminile sia un passaggio fondamentale se si vuole raggiungere maggior consapevolezza e la conquista definitiva dei diritti che spettano alla donna in questa società ancora fortemente impregnata di maschilismo.

Isabella Rosa Pivot 

(Originariamente pubblicato su www.valledaostaglocal.it)

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